VIZI GRAVI COSTRUTTIVI: QUANDO SI PRESCRIVONO?

Di Marco Radina

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Vizi gravi costruttivi e la loro prescrizione sono argomenti di cui si sente spesso parlare negli studi legali.

Innanzitutto ricordiamo a beneficio di tutti che l’art. 1669 del codice civile così recita: “Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta. Il diritto del committente si prescrive in un anno dalla denunzia“.

Precisiamo qualcosa.

Per “gravi difetti”  devono intendersi alterazioni che, pur riguardando direttamente solo una parte dell’opera, incidono sulla sua funzionalità globale, menomandone in modo apprezzabile il godimento, sì da renderla inidonea a fornire l’utilità cui è destinata, anche a prescindere dall’entità dell’importo di denaro necessaria per l’eliminazione del difetto. Può essere generata anche da un vizio di costruzione sorto in fase di progettazione o di esecuzione.

La “lunga durata” di cui si parla deve essere oggettiva e non soggettiva.

Il termine di prescrizione dei gravi vizi costruttivi è di dieci anni. Detto termine non è previsto a pena di decadenza (2964 c.c.) o di prescrizione (2936 c.c.) bensì quale momento entro il quale il vizio deve manifestarsi.

Il pericolo a cui si accenna si può rilevare alla vista ma lo si può dedurre anche da altre circostanze (una perizia, ad esempio).

La natura della responsabilità dell’appaltatore è discussa: secondo alcuni è contrattuale (1218 c.c.) in quanto deriva dal contratto di appalto (1655 c.c.), e l’estensione agli aventi causa ha natura eccezionale; secondo altri è aquiliana (2043 c.c.) in quanto la norma tutela interessi generali che prescindono quelli delle parti del contratto e, quindi, può essere fatta valere anche da terzi.

Io ritengo che tale responsabilità sia extracontrattuale con carattere di specialità rispetto al disposto dell’art. 2043 cod. civ.

Questa norma non é di favore per il costruttore in quanto non è diretta a limitare la sua responsabilità. è infatti scritta a tutela del committente, dei suoi aventi causa e dei terzi in generale proprio per assicurare una più efficace protezione del loro diritto.

Ed infatti la Cassazione ritiene che questa responsabilità, essendo diretta a tutelare il superiore interesse pubblico, è sancita per ragioni e finalità di interesse generale e non rientra nella disponibilità della parte, pertanto irrinunciabile (Cass. 6/12/200 n.15488).

Si veda anche (Cassazione civile, sez. un., 03/02/2014, n. 2284).

PEGNO SU CREDITI

In materia di pegno su crediti, il diritto reale di garanzia sorge con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, cioè “con il completamento di quella fattispecie a formazione successiva, la quale garantisce al creditore il diritto di prelazione” previsto dall’art. 2800 cc., come anche specificato nella sentenza n. 13551/2006 della S.C.

La fattispecie a formazione successiva che conduce alla costituzione del pegno si è perfeziona solo con l’annotazione di esso fatta dall’assicuratore sull’originale della polizza, ossia con l’accettazione da parte dell’assicuratore, in quanto senza l’atto di accettazione e annotazione, il diritto reale di garanzia sul credito non è sorto a favore del beneficiario pignoratizio e conseguentemente non è divenuto efficace il vincolo di indisponibilità a favore del terzo vincolatario.

Sulla costituzione del pegno

La  sezione III del Capo III del Libro VI del codice civile  è intitolata “Del pegno di crediti ed altri diritti” e si apre con l’art. 2800 cc. (condizioni della prelazione) con il quale il legislatore ha normato l’ipotesi del pegno di crediti che non risultino da un titolo (a prescindere se esso sia rappresentativo o meno); infatti il pegno di un titolo rappresentativo, per la pubblicità derivante dal possesso del titolo, va considerato come pegno della cosa e non già del credito.

Il legislatore avvertendo l’esigenza non tanto di prevedere requisiti formali per la costituzione del pegno quanto quella di prevedere le condizioni alle quali sottoporre la nascita del diritto reale di garanzia ha stabilito che non è necessaria la consegna al creditore del documento probatorio quanto, per l‘esercizio del diritto nei confronti di terzi, è necessario, invece, che il pegno risulti da atto scritto e la sua costituzione sia stata notificata al debitore o accettata attraverso scrittura avente data certa.

Questi requisiti sono necessari e non possono essere sostituiti da formalità equipollenti.

Il motivo lo si intuisce facilmente: nei confronti degli altri creditori, occorrendo la data certa, il pegno si costituisce con la notifica in forma scritta o con l’accettazione del terzo debitore.

Ed infatti si dice che è una fattispecie a formazione progressiva in quanto, appunto, si perfeziona con l’ultimo passaggio senza il quale il vincolo non si considera costituito e la garanzia non acquista efficacia.

L’aver dichiarato di voler costituire il pegno sul credito senza aver compiuto le formalità previste dall’art. 2800 cc., non ha, né può avere, l’effetto della rinuncia al diritto di recesso in quanto ricorrono due rapporti distinti; l’uno con l’assicuratore e l’altro con il creditore, sicché un atto relativo all’un rapporto non può ripercuotersi sull’altro.

Il recesso, in particolare, è un atto dispositivo a favore dell’assicurato ed ha struttura e funzione diverse dalla costituzione di pegno (né la notifica al debitore ai sensi dell’art. 2800 c.c. può equivalere alla rinuncia, posto che la notifica può essere eseguita non solo dall’ipotetico rinunciante ma anche dal creditore pignoratizio).

Peraltro, ove la prelazione a cui fa riferimento l’art. 2800 c.c. si intende condizionata all’annotazione, il perfezionamento della fattispecie costitutiva del pegno, dato che l’effetto del pegno è la prelazione, si ha – ai sensi proprio dell’art. 2800 c.c. – con la notifica al debitore o l’accettazione da parte di questi.