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INVENTARIO E RENDICONTO

ads inventario beni

L’Amministratore di Sostegno (ADS) dopo aver prestato il giuramento a seguito del quale si impegna a svolgere il proprio incarico con fedeltà e diligenza dovrà redigere inventario dei beni di maggior valore del beneficiario; detto inventario dovrà essere presentato alla scadenza della prima annualità.

Quini, ogni anno decorrente dal giorno del giuramento, l’ADS deve depositare presso la Cancelleria Volontaria Giurisdizione del Tribunale ove è stato nominato amministratore il rendiconto della gestione economica, utilizzando il modulo consegnatogli dall’ufficio.

Riporto il modello di rendiconto annuale della gestione economica dell’ADS utilizzato dal tribunale di Milano.

AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO

di Marco Radina

La Legge 6/2004 ha introdotto la figura dell’amministratore di sostegno” per assistere, tutelare e rappresentare chi, per effetto di una menomazione fisica o psichica, si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere in tutto o in parte al compimento delle funzioni della vita quotidiana (art. 1 “tutelare le persone prive in tutto o in parte di autonomia, con la minore limitazione possibile della capacità di agire “).

Esso viene nominato dal Giudice Tutelare in un procedimento di Volontaria Giurisdizione sicché non è necessaria l’assistenza tecnica di un legale. La nomina può essere richiesta da:

1)   il beneficiario, anche se minore, interdetto o inabilitato;
2)  i familiari entro il 4° grado: genitori, figli, fratelli o sorelle, nonni, zii, prozii, nipoti e cugini;
3)   gli affini entro il 2°grado: cognati, suoceri, generi, nuore;
4)   il Pubblico Ministero;
5)   il tutore o curatore.

Quali sono i poteri e i doveri cui è tenuto l’amministratore di sostegno?

Si fa riferimento agli articoli 409 e 410 del codice civile.

Art. 409 c.c.: “Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno. Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può in ogni caso compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana”.

Quindi gli atti che l’amministratore di sostegno può compiere in rappresentanza, ovvero in nome e per conto del beneficiario saranno preclusi al beneficiario dell’amministrazione di sostegno. Bisogna distinguere tra:

  1. atti di ordinaria amministrazione (esempio: acquisto di beni mobili) per il compimento dei quali l’amministratore non può agire senza la preventiva autorizzazione del giudice tutelare (a meno che il giudice nel decreto non abbia disposto diversamente);
  2. atti di straordinaria amministrazione (ad esempio la compravendita di un bene immobile) per il compimento dei quali è necessaria l’autorizzazione del giudice tutelare.

Quanto ai doveri l’art. 410 c.c. stabilisce che, nello svolgimento delle sue funzioni, l’amministratore di sostegno deve rispettare una serie di doveri e precisamente:

  1. tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario;
  2. deve tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere;
  3. deve informare il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso;
  4. è tenuto, altresì, a continuare nello svolgimento dei suoi compiti per almeno dieci anni ad eccezione dei casi in cui tale incarico è rivestito dal coniuge, dal convivente, dagli ascendenti o dai discendenti.

Inoltre, l’amministratore di sostegno è tenuto periodicamente, secondo quanto prescritto dal giudice tutelare, a presentare una relazione che descriva, le condizioni di vita del beneficiario e rendere il conto della propria gestione economica.

L’art. 412 c.c. dispone che “Gli atti compiuti dall’amministratore di sostegno in violazione di disposizioni di legge, od in eccesso rispetto all’oggetto dell’incarico o ai poteri conferitigli dal giudice, possono essere annullati su istanza dell’amministratore di sostegno, del pubblico ministero, del beneficiario o dei suoi eredi ed aventi causa. Possono essere parimenti annullati su istanza dell’amministratore di sostegno, del beneficiario, o dei suoi eredi ed aventi causa, gli atti compiuti personalmente dal beneficiario in violazione delle disposizioni di legge o di quelle contenute nel decreto che istituisce l’amministrazione di sostegno. Le azioni relative si prescrivono nel termine di cinque anni. Il termine decorre dal momento in cui è cessato lo stato di sottoposizione all’amministrazione di sostegno”.

VIZI GRAVI COSTRUTTIVI: QUANDO SI PRESCRIVONO?

Di Marco Radina

vizi gravi costruttivi prescrizione


Vizi gravi costruttivi e la loro prescrizione sono argomenti di cui si sente spesso parlare negli studi legali.

Innanzitutto ricordiamo a beneficio di tutti che l’art. 1669 del codice civile così recita: “Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta. Il diritto del committente si prescrive in un anno dalla denunzia“.

Precisiamo qualcosa.

Per “gravi difetti”  devono intendersi alterazioni che, pur riguardando direttamente solo una parte dell’opera, incidono sulla sua funzionalità globale, menomandone in modo apprezzabile il godimento, sì da renderla inidonea a fornire l’utilità cui è destinata, anche a prescindere dall’entità dell’importo di denaro necessaria per l’eliminazione del difetto. Può essere generata anche da un vizio di costruzione sorto in fase di progettazione o di esecuzione.

La “lunga durata” di cui si parla deve essere oggettiva e non soggettiva.

Il termine di prescrizione dei gravi vizi costruttivi è di dieci anni. Detto termine non è previsto a pena di decadenza (2964 c.c.) o di prescrizione (2936 c.c.) bensì quale momento entro il quale il vizio deve manifestarsi.

Il pericolo a cui si accenna si può rilevare alla vista ma lo si può dedurre anche da altre circostanze (una perizia, ad esempio).

La natura della responsabilità dell’appaltatore è discussa: secondo alcuni è contrattuale (1218 c.c.) in quanto deriva dal contratto di appalto (1655 c.c.), e l’estensione agli aventi causa ha natura eccezionale; secondo altri è aquiliana (2043 c.c.) in quanto la norma tutela interessi generali che prescindono quelli delle parti del contratto e, quindi, può essere fatta valere anche da terzi.

Io ritengo che tale responsabilità sia extracontrattuale con carattere di specialità rispetto al disposto dell’art. 2043 cod. civ.

Questa norma non é di favore per il costruttore in quanto non è diretta a limitare la sua responsabilità. è infatti scritta a tutela del committente, dei suoi aventi causa e dei terzi in generale proprio per assicurare una più efficace protezione del loro diritto.

Ed infatti la Cassazione ritiene che questa responsabilità, essendo diretta a tutelare il superiore interesse pubblico, è sancita per ragioni e finalità di interesse generale e non rientra nella disponibilità della parte, pertanto irrinunciabile (Cass. 6/12/200 n.15488).

Si veda anche (Cassazione civile, sez. un., 03/02/2014, n. 2284).

PEGNO SU CREDITI

In materia di pegno su crediti, il diritto reale di garanzia sorge con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, cioè “con il completamento di quella fattispecie a formazione successiva, la quale garantisce al creditore il diritto di prelazione” previsto dall’art. 2800 cc., come anche specificato nella sentenza n. 13551/2006 della S.C.

La fattispecie a formazione successiva che conduce alla costituzione del pegno si è perfeziona solo con l’annotazione di esso fatta dall’assicuratore sull’originale della polizza, ossia con l’accettazione da parte dell’assicuratore, in quanto senza l’atto di accettazione e annotazione, il diritto reale di garanzia sul credito non è sorto a favore del beneficiario pignoratizio e conseguentemente non è divenuto efficace il vincolo di indisponibilità a favore del terzo vincolatario.

Sulla costituzione del pegno

La  sezione III del Capo III del Libro VI del codice civile  è intitolata “Del pegno di crediti ed altri diritti” e si apre con l’art. 2800 cc. (condizioni della prelazione) con il quale il legislatore ha normato l’ipotesi del pegno di crediti che non risultino da un titolo (a prescindere se esso sia rappresentativo o meno); infatti il pegno di un titolo rappresentativo, per la pubblicità derivante dal possesso del titolo, va considerato come pegno della cosa e non già del credito.

Il legislatore avvertendo l’esigenza non tanto di prevedere requisiti formali per la costituzione del pegno quanto quella di prevedere le condizioni alle quali sottoporre la nascita del diritto reale di garanzia ha stabilito che non è necessaria la consegna al creditore del documento probatorio quanto, per l‘esercizio del diritto nei confronti di terzi, è necessario, invece, che il pegno risulti da atto scritto e la sua costituzione sia stata notificata al debitore o accettata attraverso scrittura avente data certa.

Questi requisiti sono necessari e non possono essere sostituiti da formalità equipollenti.

Il motivo lo si intuisce facilmente: nei confronti degli altri creditori, occorrendo la data certa, il pegno si costituisce con la notifica in forma scritta o con l’accettazione del terzo debitore.

Ed infatti si dice che è una fattispecie a formazione progressiva in quanto, appunto, si perfeziona con l’ultimo passaggio senza il quale il vincolo non si considera costituito e la garanzia non acquista efficacia.

L’aver dichiarato di voler costituire il pegno sul credito senza aver compiuto le formalità previste dall’art. 2800 cc., non ha, né può avere, l’effetto della rinuncia al diritto di recesso in quanto ricorrono due rapporti distinti; l’uno con l’assicuratore e l’altro con il creditore, sicché un atto relativo all’un rapporto non può ripercuotersi sull’altro.

Il recesso, in particolare, è un atto dispositivo a favore dell’assicurato ed ha struttura e funzione diverse dalla costituzione di pegno (né la notifica al debitore ai sensi dell’art. 2800 c.c. può equivalere alla rinuncia, posto che la notifica può essere eseguita non solo dall’ipotetico rinunciante ma anche dal creditore pignoratizio).

Peraltro, ove la prelazione a cui fa riferimento l’art. 2800 c.c. si intende condizionata all’annotazione, il perfezionamento della fattispecie costitutiva del pegno, dato che l’effetto del pegno è la prelazione, si ha – ai sensi proprio dell’art. 2800 c.c. – con la notifica al debitore o l’accettazione da parte di questi.

LA RIPARTIZIONE DELLE SPESE LEGALI NEL CONDOMINIO ALLA LUCE DELL’ORDINANZA N. 751 DEL 18.1.2016 DELLA SUPREMA CORTE

di Marco Radina (Avvocato in Milano)

  1. Premessa.

Con l’ordinanza n. 751 del 18.1.2016 la Corte di Cassazione ha dichiarato la legittimità, quale addebito personale al condomino moroso, delle spese legali liquidate dal Giudice nel decreto ingiuntivo emesso ai sensi dell’art. 63 disp. Att. cc.

In particolare, la SC, avrebbe:

1) confermato la legittimità di una delibera condominiale che addebita, al singolo condomino, le spese legali liquidate a suo carico ed a favore del condominio, in un provvedimento giurisdizionale (nella fattispecie un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo);

2) distinto tra le spese legali che sono state oggetto di una liquidazione giudiziale, da quelle “auto liquidate” dal legale del condominio per una procedura stragiudiziale (ad esempio, diffida di pagamento) e per le seconde avrebbe confermato la nullità della delibera, perché andrebbe ad incidere sui diritti individuali del condomino, mentre per le prime, l’assemblea ben potrebbe addebitare al singolo condomino le spese legali sostenute per una procedura giudiziale di recupero del credito, ma solo laddove tali spese siano conformi a quanto liquidato dal giudice.

Letta l’ordinanza tutti parrebbero concludere che gli addebiti personali, costituiti dalle spese legali liquidate in un provvedimento giudiziale, sono sempre legittime.

Non sono convinto che questa pronuncia, applicata in concreto, non crei problemi di sorta.

Rimandando alla lettura dell’intero provvedimento per una visione più completa del fatto e degli argomenti di diritto trattati, quel che qui mi preme dire è arrivare ad individuare le criticità che comportano una simile soluzione.

  1. Il Fatto.

Il Tribunale di Torino aveva dichiarato la nullità della deliberazione con cui attribuiva ad alcuni condomini, quale addebito personale, le spese legali sostenute dalla Comunione, nelle procedure ingiuntive intraprese avverso gli stessi sul rilievo che, con la delibera, era stato approvato un rendiconto contenente l’imputazione di spese personali-individuali che all’epoca non erano state riconosciute a carico di parte ricorrente in una sentenza che ne sancisse la soccombenza, essendosi unicamente in presenza di decreti ingiuntivi emessi nei confronti di parte ricorrente e comprensivi delle spese legali ma non ancora definiti processualmente poiché la relativa opposizione era ancora in corso.

La Corte di Appello, in riforma, aveva rigettato l’impugnazione così motivando: “Se realmente una delibera di autoliquidazione di spese stragiudiziali da parte del Condominio è nulla, dal momento che configura null’altro che una sorta di ragion fattasi di un soggetto che non ha tal potere, a contrario è pienamente legittima una delibera condominiale che apposti al passivo del rendiconto la spesa giudiziale per il difensore del condominio, come liquidata dal giudice nel provvedimento monitorio, e quindi apposti la medesima cifra all’attivo, per essere stata corrisposta dal condomino moroso. Ciò in quanto – si ripete – la liquidazione è giudiziale, irrilevante essendo il fatto che sia contenuta in un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo ex art. 63 disp. att. cod. civ.”

  1. L’ordinanza della cassazione.

La SC, intervenuta su ricorso dell’appellato, ha esaminato due motivi, dei quali, per l’argomento trattato, interessa solo il primo e cioè quello con cui i ricorrenti hanno dedotto la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto, “in relazione alla negata qualificazione nella sfera della nullità della deliberazione assembleare impugnata”.

Ad avviso del ricorrente, in mancanza di una sentenza che ne sancisca la soccombenza, le spese legali sopportate per la difesa del Condominio non possono essere attribuite ed addebitate al singolo condomino.

Per i Giudici di legittimità il motivo è apparso infondato in quanto hanno ritenuto legittima la deliberazione dell’assemblea condominiale che ponga a totale carico del condomino le spese processuali liquidate dal giudice nei confronti dello stesso condomino moroso con un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. proc. civ.

Così motivano gli Ermellini: “è bensì vero che è affetta da nullità la deliberazione dell’assemblea condominiale che incida sui diritti individuali di un condomino, come quella che ponga a suo totale carico le spese del legale del condominio per una procedura iniziata contro di lui, in mancanza di una sentenza che ne sancisca la soccombenza, ma il caso di specie è tuttavia diverso, infatti, non si è di fronte ad una autoliquidazione di spese stragiudiziali da parte del condominio, ma di spese liquidate dal giudice in decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi ex art. 63 disp. att. cod. civ. Quindi è legittima la delibera condominiale che, in via ricognitiva, addebiti al singolo condomino le spese legali liquidate a suo carico ed a favore del condominio in un provvedimento giurisdizionale – nella specie un decreto ingiuntivo – provvisoriamente esecutivo.

  1. Osservazioni critiche.

4.1. Limiti della legittimità della delibera.

Riassumendo. Il ricorrente ha chiesto di dichiarare la nullità dell’addebito di spese legali perché ancora non definitivo il provvedimento che le ha liquidate.

La SC ha ritenuto invece che esso è legittimo in quanto non deriva da un’autoliquidazione ma da un provvedimento giurisdizionale sebbene non definitivo. Ne discende che la delibera non sarebbe nulla ma legittima.

A parte il fatto che sebbene non sia nulla non vuol dire che non sia annullabile, l’inciso dell’ordinanza che attira la mia attenzione è quel “in via ricognitiva”.

Per gli ermellini, è legittima la delibera condominiale che, in via ricognitiva, addebiti al singolo condomino le spese legali liquidate a suo carico ed a favore del condominio in un provvedimento giurisdizionale.

Non mi sembra così peregrino ritenere che l’intenzione del relatore dell’ordinanza fosse stata quella di affermare che la legittimità della delibera opererebbe nei soli limiti dell’accertamento dell’addebito.

Altrimenti, perché specificare “in via ricognitiva”?

Una ricognizione conosciuta è quella prevista dall’art. 2720 del Codice Civile “L’atto di ricognizione e di rinnovazione fa piena prova delle dichiarazioni contenute nel documento originale, se non si dimostra, producendo quest’ultimo, che vi è stato errore nella ricognizione o nella rinnovazione”.

Dovrebbe desumersi che la SC abbia voluto valorizzare l’efficacia probatoria della delibera nell’accertamento dell’an e nella quantificazione del quantum debeatur ma niente di più.

In realtà non ve ne sarebbe stato bisogno perché il credito del condominio, a titolo di spese legali del provvedimento monitorio, non solo è stato già accertato nel decreto ingiuntivo che le ha liquidate ma esso è pure esecutivo in forza di espressa previsione normativa.

4.2. Sulla ripartizione della spesa personale.

C’è poi un altro aspetto da considerare che pone un problema in sede di ripartizione del debito.

Infatti, un rendiconto che contiene l’indicazione di una spesa personale, non ha alcun effetto (e quindi non fa danni) sino a quando non sia ripartita.

Quando l’addebito “personale” verrà invece ripartito al 100% solo sul debitore, trascorsi i 30 giorni previsti dall’art. 1137 cc per l’impugnativa, ci saranno in giro due diversi titoli che il condominio potrebbe azionare per portare in esecuzione lo stesso credito ovvero la delibera ed il decreto ingiuntivo.

E se nella malaugurata ipotesi in cui il debitore continuasse ad essere moroso anche dei nuovi oneri ed il Condominio dovesse ricorrere nuovamente alla tutela monitoria, il primo verrebbe condannato, con un nuovo titolo esecutivo, a pagare le spese legali delle spese legali del primo decreto che erano già esecutive, cosa de tutto illegittima.

4.3. Sulla rendicontazione dei movimenti di cassa relativi al credito ripartito.

Ed in ultimo mi chiedo: in quale modo l’amministratore rendiconterà le entrate e le uscite relative al medesimo credito?

Immaginiamo che esista un credito originario di gestione (es. oneri di gestione 2013) e questo risulta dal riparto del preventivo della gestione 2014 relativo al singolo condomino, nel quale vi è un conguaglio a consuntivo del 2013.

Il condominio continua a non pagare e l’amministratore incaricherà un legale che chiederà ed otterrà nella gestione 2014 un decreto ingiuntivo esecutivo per capitale e spese legali liquidate nel provvedimento..

Il condomino moroso, però, continua a non pagare.

Il Condominio salderà la parcella del legale prelevando dal conto della comunione (al quale hanno partecipato tutti i condomini, tranne il moroso, secondo il criterio di proporzionalità).

Siamo alla fine gestione del 2014 e l’amministratore ora deve rendicontare la gestione appena conclusa, presentare il preventivo 2015 e fare il riparto del conguaglio.

Se seguissimo il principio indicato dall’ordinanza della Cassazione, l’addebito delle spese del decreto ingiuntivo dovrebbe essere ripartito solo sul condomino moroso e quindi detto debito concorrerà a formare, con il conguaglio di gestione 2014, e la prima rata del preventivo 2015, il nuovo saldo “dare” del condominio pecora nera.

Ma così facendo, i condomini virtuosi che invece hanno pagato puntuali, come e dove potranno vedere rendicontare le spese che hanno anticipato al legale?

L’unico modo per evidenziarle sarebbe quello di creare una tabella solo per loro (con esclusione del moroso quindi) nella quale addebitargli la spesa che hanno anticipato al fine soprattutto di lasciare traccia in futuro; in questo modo quando e se verranno recuperate le spese dal moroso, esse verranno restituite solo a chi le ha effettivamente anticipate.

  1. Conclusioni.

Quindi, addebitare la spesa al moroso ma anticipata dai virtuosi senza creare una tabella (di addebito) per i secondi rischia di creare una confusione contabile.

Credo allora che la SC non si sia posta tutti questi problemi ed abbia voluto rispondere alla semplice domanda che gli è stata posta, ovvero: è nullo l’addebito di una spesa legale liquidata con un titolo giudiziale sebbene non ancora definitivo?

Risposta: no. Non è nulla perché la nullità colpisce solo l’ipotesi in cui la spesa sia stata autoliquidata mentre l’esistenza di un provvedimento giudiziale scongiura l’eventuale ingiustizia data dall’arbitrarietà nella determinazione della spesa.

Ne consegue che l’addebito è legittimo ma solo in via ricognitiva perché il suo riparto non può avere come conseguenza una duplicazione di spese per lo stesso titolo che condurrebbe all’annullabilità della delibera se non addirittura ad una vera e propria pronuncia di nullità.

Marco Radina

avvocato in Milano

Marzo 2017

 

 

 

 

 

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 18 gennaio 2016, n. 751

Fatto e diritto

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 29 dicembre 2014, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.: “Con sentenza in data 8 giugno 2012, il Tribunale di Torino ha accolto la domanda di B.G. – in proprio e quale erede di S.I. , deceduta nella pendenza del giudizio – nei confronti del Condominio di via (OMISSIS) e, per l’effetto, ha dichiarato la nullità della deliberazione assunta dall’assemblea del Condominio nella seduta del 5 maggio 2009 nella parte in cui attribuiva ai ricorrenti originari, quali spese individuali, le spese legali sostenute dal Condominio nelle procedure avverso gli stessi (più precisamente, Sig. B. parcella Avv. Gotta per pratiche decreto ingiuntivo Euro 1.454,61; Sig.ra S. parcelle Avv. Gotta per pratiche decreto ingiuntivo Euro 1.647,05; eredi A. parcella Avv. Gotta per decreto ingiuntivo Euro 692,17).

A tale conclusione il Tribunale è giunto sul rilievo che con la delibera è stato approvato il rendiconto contenente l’imputazione di spese personali-individuali che all’epoca non erano riconosciute a carico di parte ricorrente in una sentenza che ne sancisse la soccombenza, essendosi unicamente in presenza di decreti ingiuntivi emessi nei confronti di parte ricorrente e comprensivi delle spese legali ma non ancora definiti processualmente poiché la relativa opposizione era ancora in corso.

Con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria il 17 marzo 2014, la Corte di Torino, in riforma dell’impugnata pronuncia, ha rigettato l’impugnazione della deliberazione assembleare, ponendo a carico di parte appellata le spese del doppio grado.

La sentenza d’appello cosi motiva: “Se realmente una delibera di autoliquidazione di spese stragiudiziali da parte del Condominio è nulla, dal momento che configura null’altro che una sorta di ragion fattasi di un soggetto che non ha tal potere, a contrario è pienamente legittima una delibera condominiale che apposti al passivo del rendiconto la spesa giudiziale per il difensore del Condominio, come liquidata dal giudice nel provvedimento monitorio, e quindi apposti la medesima cifra all’attivo, per essere stata corrisposta dal condomino moroso. Ciò in quanto – si ripete – la liquidazione è giudiziale, irrilevante essendo il fatto che sia contenuta in un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo ex art. 63 disp. att. cod. civ., l’istanza di sospensione del quale sia stata respinta, piuttosto che in una sentenza di primo grado, esecutiva ex lege, ma ancora suscettibile di appello, ovvero in una sentenza d’appello, del pari esecutiva ex lege, ma ancora ricorribile”.

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello il B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 6 giugno 2014, sulla base di due motivi.

L’intimato Condominio ha resistito con controricorso.

Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto, “in relazione alla negata qualificazione nella sfera della nullità della deliberazione assembleare impugnata”. Ad avviso del ricorrente, in mancanza di una sentenza che ne sancisca la soccombenza, le spese legali sopportate per la difesa del Condominio non possono essere attribuite ed addebitate al singolo condomino.

Il motivo appare infondato. È legittima la deliberazione dell’assemblea condominiale che ponga a totale carico del condomino le spese processuali liquidate dal giudice nei confronti dello stesso condomino moroso con un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo ai sensi dell’art. 63 disp. att. cod. proc. civ. (cfr. Cass., Sez. II, 26 aprile 1994, n. 3946).

Il secondo motivo – con cui si prospetta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine all’apprezzamento dei fatti, per quanto attiene alla contabilizzazione dei versamenti effettuati dal B. ed alla richiesta di pagamento di somme già da questo versate – appare inammissibile, perché articola una censura che non ha più spazio con il nuovo art. 360, n. 5, cod. proc. civ., nel testo risultante dalla modifica operata con l’art. 54 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 (Cass., Sez. Un., 7 aprile 2014, n. 8053).

Il ricorso può essere avviato alla trattazione in camera di consiglio, per esservi rigettato”.

Letta la memoria di parte ricorrente.

Considerato che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione di cui sopra;

che è bensì vero che è affetta da nullità la deliberazione dell’assemblea condominiale che incida sui diritti individuali di un condomino, come quella che ponga a suo totale carico le spese del legale del condominio per una procedura iniziata contro di lui, in mancanza di una sentenza che ne sancisca la soccombenza, e che detta nullità, a norma dell’art. 1421 cod. civ., può essere fatta valere dallo stesso condomino che abbia partecipato all’assemblea ancorché abbia espresso voto favorevole alla deliberazione, ove con tale voto non si esprima l’assunzione o il riconoscimento di una sua obbligazione (Cass., Sez. II, 6 ottobre 2008, n. 24696);

che il caso di specie è tuttavia diverso da quello preso in considerazione dalla citata pronuncia n. 24696 del 2008, nel quale l’assemblea aveva posto a carico del singolo condomino la spesa sostenuta dal condominio per la prestazione professionale fornita dal legale del predetto condominio per il recupero della somma dovuta per il consumo di acqua a carico dello stesso condomino;

che, infatti, nella presente vicenda, non si è di fronte ad una autoliquidazione di spese stragiudiziali da parte del condominio, ma di spese liquidate dal giudice in decreti ingiuntivi provvisoriamente esecutivi ex art. 63 disp. att. cod. civ.;

che è legittima la delibera condominale che, in via ricognitiva, addediti al singolo condomino le spese legali liquidate a suo carico ed a favore del condominio in un provvedimento giurisdizionale – nella specie un decreto ingiuntivo – provvisoriamente esecutivo;

che, quindi, il ricorso deve essere rigettato;

che le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza;

che poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal Condominio controricorrente, che liquida in complessivi Euro 1.100, di cui Euro 1.000 per compensi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.

JOBS ACT: COSA CAMBIA PER I DATORI DI LAVORO?

 

LA RIFORMA IN PILLOLE

Contratto a tutele crescenti

Si applica ai lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato per i quali stabilisce una nuova disciplina dei licenziamenti individuali e collettivi.

Per i licenziamenti discriminatori e nulli intimati in forma orale resta la reintegrazione nel posto di lavoro. Per i licenziamenti disciplinari la reintegrazione resta solo per quella in cui sia accertata “l’insussistenza del fatto materiale contestato”. Negli altri casi, viene introdotta una tutela risarcitoria certa, commisurata all’anzianità di servizio sottratta alla discrezionalità del giudice (due mensilità per ogni anno di anzianità di servizio, con un minimo di 4 ed un massimo di 24 mesi).

Licenziamenti collettivi

Per i licenziamenti collettivi il decreto stabilisce che, in caso di violazione delle procedure (art. 4, comma 12, legge 223/1991) o dei criteri di scelta (art. 5, comma 1), si applica sempre il regime dell’indennizzo monetario che vale per gli individuali (da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità).

Piccole imprese

Per le piccole imprese la reintegra resta solo per i casi di licenziamenti nulli e discriminatori e intimati in forma orale. Negli altri casi di licenziamenti ingiustificati è prevista un’indennità crescente di una mensilità per anno di servizio con un minimo di 2 e un massimo di 6 mensilità.

Riduzione delle forme contrattuali 

Stop ai contratti a progetto (quelli già in essere potranno proseguire fino alla loro scadenza). Dal 2016, su quelli ancora in essere, verranno effettuati dei controlli. Per quest’anno sarà ancora possibile stipulare questi contratti, mentre dall’anno prossimo servirà l’avvallo dei sindacati.

Resteranno in piedi, invece le vere collaborazioni autonome e le vere partite Iva.

Lavoro accessorio “voucher”, viene elevato il tetto dell’importo per il lavoratore fino a 7.000 euro, restando comunque nei limiti della no-tax area.

Mansioni. In presenza di processi di ristrutturazione o riorganizzazione aziendale e negli altri casi individuati dai contratti collettivi l’impresa potrà modificare le mansioni di un lavoratore fino ad un livello (anche demansionando), senza modificare il suo trattamento economico.

RESPONSABILITÀ DEL COSTRUTTORE DELL’IMMOBILE: DA CHE MOMENTO CONTARE IL TERMINE DEI DIECI ANNI PER DENUNCIARLI?

Responsabilità del costruttore dell’immobile: da che momento contare il termine dei dieci anni per denunciarli?

Cassazione civile , sez. II, sentenza 16.09.2014 n° 19483 

Vizi gravi costruttivi: prescrizione decennale.

Un tema ricorrente negli studi legali.

Innanzitutto ricordiamo a beneficio di tutti che l’art. 1669 del codice civile così recita: “Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta (6).
Il diritto del committente si prescrive in un anno dalla denunzia.

Precisiamo qualcosa.

Per “gravi difetti”  devono intendersi alterazioni che, pur riguardando direttamente solo una parte dell’opera, incidono sulla sua funzionalità globale, menomandone in modo apprezzabile il godimento, sì da renderla inidonea a fornire l’utilità cui è destinata, anche a prescindere dall’entità dell’importo di denaro necessaria per l’eliminazione del difetto. Può essere generata anche da un vizio di costruzione sorto in fase di progettazione o di esecuzione.

La “lunga durata” di cui si parla deve essere oggettiva e non soggettiva.

Il termine di dieci anni non è previsto a pena di decadenza (2964 c.c.) o di prescrizione (2936 c.c.) bensì quale momento entro il quale il vizio deve manifestarsi.

Il pericolo a cui si accenna si può rilevare alla vista ma lo si può dedurre anche da altre circostanze: una perizia, ad esempio.

La natura della responsabilità dell’appaltatore è discussa: secondo alcuni è contrattuale (1218 c.c.) in quanto deriva dal contratto di appalto (1655 c.c.), e l’estensione agli aventi causa ha natura eccezionale; secondo altri è aquiliana (2043 c.c.) in quanto la norma tutela interessi generali che prescindono quelli delle parti del contratto e, quindi, può essere fatta valere anche da terzi.

Io ritengo che tale responsabilità sia extracontrattuale con carattere di specialità rispetto al disposto dell’art. 2043 cod. civ.

Questa norma non é di favore per il costruttore in quanto non è diretta a limitare la sua responsabilità, quanto è scritta a tutela del committente, dei suoi aventi causa e dei terzi in generale proprio per assicurare una più efficace protezione dei loro diritto.

ed infatti la Cassazione ritiene che questa responsabilità, essendo diretta a tutelare il superiore interesse pubblico sancita per ragioni e finalità di interesse generale non rientra nella disponibilità della parte ed è pertanto irrinunciabile (Cass. 6/12/200 n.15488).

Si veda anche (Cassazione civile, sez. un., 03/02/2014, n. 2284).

Fatta questa premessa veniamo a commentare la sentenza della Seconda Sezione della Cassazione (16.09.2014 n° 19483).

Essa ha confermato l’orientamento secondo cui i termini di decadenza e di prescrizione di cui all’art. 1669 c.c. decorrono soltanto dal momento in cui il vizio di cui l’immobile è affetto sia percepibile in modo pieno, senza che rilevi, al fine del computo di tali termini, il fatto che l’acquirente del bene (o il committente) potesse aver cognizione di alcune conseguenze del vizio presente.

Il provvedimento si occupa del caso di un condominio che aveva lamentato nei confronti del costruttore dell’immobile la presenza di vizi gravi e costruttivi che erano stati contestati con lettere generiche nelle quali non venivano precisate le cause dei vizi.

Seguiva una perizia redatta da un tecnico di fiducia, che descriveva precisamente le carenze che affliggevano l’immobile e sulla base di tale perizia il condominio formalizzava una denuncia dei vizi e, a seguire, proponeva la causa per responsabilità del costruttore.

Quest’ultimo aveva contestato che il termine di decadenza, così come il termine di prescrizione di cui all’art. 1669 c.c. era iniziato a decorrere dalle prime lettere di contestazione.

Siccome l’appaltatore aveva perso entrambi i giudizi di merito, decise di ricorrere per cassazione, perdendo di nuovo.

La Suprema Corte, infatti, ha confermato il principio secondo cui soltanto dal momento in cui il committente (o suo avente causa) ha una piena percezione del vizio che affetta l’immobile decorrono i termini di decadenza e prescrizione di  cui all’art. 1669 c.c. Si legge a tale proposito che “il termine di un anno per la denuncia previsto dall’art. 1669 a pena di decadenza dall’azione di responsabilità contro l’appaltatore, decorre dal giorno in cui il committente consegua un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva della gravità dei difetti e della loro derivazione causale dall’imperfetta esecuzione dell’opera, non essendo sufficienti, viceversa, manifestazioni di scarsa rilevanza e semplici sospetti (…) a meno che non si sia in presenza di un problema di immediata percezione sia nella sua reale entità che nelle sue possibili origini”.

Poi, gli ermellini hanno colto l’occasione pure per ricordare come l’ accertamento relativo alla possibilità di percepire immediatamente la presenza del vizio consta di un apprezzamento di fatto, e di conseguenza è riservato al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua ed esente da vizi logici o da errori di diritto.

In sostanza, siccome la Corte d’Appello aveva ben illustrato la propria decisione, senza che vi fossero vizi logici della motivazione, la Corte di cassazione neppure poteva accedere alla verifica in ordine alla presenza, nel caso di specie, degli elementi di fatto che avrebbero far potuto maturare una decadenza (e una prescrizione) in capo al condominio: tale accertamento di fatto era stato già compiuto nei gradi di merito e la Corte non ha fatto altro che ribadire il predetto orientamento secondo cui in assenza di una immediata possibilità di percepire il vizio di cui l’immobile è affetto, i termini di cui all’art. 1669 c.c. decorrono dalla acquisizione di una perizia che illustri le cause del vizio presente.

Ecco la sentenza per intero.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 26 giugno – 16 settembre 2014, n. 19483

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. NUZZO Laurenza – Consigliere –

Dott. PROTO Cesare Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 3030-2009 proposto da:

STAMSA DI LONGHI BENEDETTA SAS (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI RIPETTA 70, presso lo studio dell’avvocato LOTTI MASSIMO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ARNALDO BERTOLINI;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO (OMISSIS) – (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI PIETRALATA 320-D, presso lo studio dell’avvocato MAZZA RICCI GIGLIOLA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ZARIANI MARISA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1847/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 10/12/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/06/2014 dal Consigliere Dott. CESARE ANTONIO PROTO;

udito l’Avvocato LOTTI Massimo, difensore del ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato SALEMME Liliana con delega depositata in udienza dell’Avvocato ZARIANI Marisa, difensore del resistente che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo che ha concluso per l’inammissibilità in subordine il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con citazione del 13/5/2002 il Condominio (OMISSIS) conveniva in giudizio la società S.T.A.M.S.A. s.a.s. quale costruttrice e venditrice del complesso residenziale condominiale lamentando vizi e difetti costruttivi nella realizzazione dell’edificio e chiedendo la condanna della società alla loro eliminazione oltre al risarcimento dei danni. La convenuta eccepiva preliminarmente la prescrizione dell’azione ex art. 1669 c.c. in quanto proposta dopo oltre un anno da precedenti denuncie e in subordine la decadenza perchè i vizi, a suo dire, erano stati denunciati dopo oltre un anno dalla scoperta;

la convenuta svolgeva inoltre altre difese su questioni processuali che in questa sede non vengono in rilievo; nel merito contestava la sussistenza e la gravità dei vizi che affermava imputabili all’incuria degli stessi condomini.

Il Tribunale con sentenza del 2/2/2005 accoglieva la domanda attorea rigettando le eccezioni di prescrizione e decadenza.

La Corte di Appello di Torino, con sentenza del 10/12/2007 rigettava l’appello della società S.T.A.M.S.A. s.a.s. e confermava la sentenza appellata condannando l’appellante alle spese.

La Corte di Appello, per quanto qui interessa in relazione ai motivi di ricorso, osservava:

che precedenti missive con le quali il Condominio denunciava generiche mancanze e difetti di incerta origine causale non dimostravano la piena conoscenza dei vizi con riferimento alla loro causa e che la piena conoscenza della loro causa era acquisita dal Condominio solo con la perizia del geometra M. del 6/9/2001, comunicata alla società S.T.A.M.S.A. s.a.s. in data 31/10/2001 e seguita da tempestiva contestazione all’impresa in data 12/3/2002 e da successiva citazione del Maggio 2002;

– che in particolare, solo con la perizia M. furono chiare le cause dei gravi difetti dovuti:

a) quanto al tetto ad un carente sistema di aerazione per errata procedura di isolamento e aerazione, al non corretto posizionamento di guaine, all’erronea fissazione con malta dei colmi del manto di copertura;

b) per il resto rinviava ai difetti costruttivi evidenziati nella perizia e successiva integrazione relativi alla fognatura e ai ferri di armatura del tetto;

– che pertanto erano rispettati i termini annuali di decadenza e prescrizione di cui all’art. 1669 c.c.. La società S.T.A.M.S.A. s.a.s. ha proposto ricorso affidato a tre motivi.

Il Condominio (OMISSIS) ha resistito con controricorso eccependo, preliminarmente, l’inammissibilità del ricorso per inesistenza o nullità della notifica in quanto eseguita alla parte personalmente e non al suo procuratore costituito e perchè a quest’ultimo la notifica del ricorso è stata effettuata tardivamente, oltre il termine lungo dell’art. 327 c.p.c. che era spirato il 23/1/2009; in particolare, la prima notifica al procuratore costituito era stata indirizzata a questo in un luogo ((OMISSIS)), nel quale risultava sconosciuto, mentre la seconda, andata a buon fine in (OMISSIS), era stata attivata a termine scaduto.

Motivi della decisione

Preliminarmente, si rileva che infondatamente la difesa della ricorrente eccepisce la tardività del ricorso essendo stato proposto con notificazione richiesta ed eseguita ex art. 330 c.p.c. il 4/2/2009 allorquando era spirato, sin dal 23/1/2009, il termine di cui all’art. 327 c.p.c..

Infatti il ricorso era stato in precedenza notificato in data 21/1/2009 al Condominio in persona del suo amministratore e la notifica del ricorso per cassazione alla parte personalmente, anzichè al difensore costituito nel giudizio nel quale è stata resa la sentenza impugnata, non ne determina l’inesistenza giuridica, ma semplicemente la nullità, sanabile in forza della rinnovazione della notifica, sia quando il ricorrente vi provveda di propria iniziativa, anticipando l’ordine contemplato dall’art. 291 cod. proc. civ., sia quando agisca in esecuzione di esso, senza che rilevi che alla rinnovazione si provveda posteriormente alla scadenza del termine per impugnare (Cass. n. 19702 del 2011; Cass. n. 9242 del 2004).

Inoltre, se la parte intimata si è costituita in giudizio, la nullità deve ritenersi sanata “ex tunc” secondo il principio generale dettato dall’art. 156 c.p.c., comma 2, (Cass. n. 1156 del 2008).

1. Con il primo motivo la società ricorrente deduce la falsa applicazione dell’art. 1669 c.c. in relazione alle norme ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c. e segg.. La ricorrente censura la sentenza impugnata quanto all’individuazione del momento in cui sono stati scoperti i vizi rilevanti ex art. 1669 che, secondo la ricorrente, non coincideva con la perizia giurata del geometra M. del 6/9/2001, ma risaliva a data precedente, ossia alle due comunicazioni del 24/3/2000 e del 15/9/2000 con le quali l’amministratore del condominio elencava lavori e opere non eseguite o non eseguite a regola d’arte, lamentava vizi e indicava opere necessarie alla loro eliminazione.

Queste denunce, a dire della ricorrente, manifestavano un completo e apprezzabile grado di conoscenza dei vizi, la padronanza della materia tecnica, tanto che erano indicati gli interventi edilizi necessari e la loro riferibilità al costruttore; l’origine causale era indicata attraverso i rimedi proposti.

La Corte di Appello, secondo la ricorrente, avrebbe errato nel non avere attribuito valenza di denuncia e scoperta dei vizi a quelle comunicazioni dalle quali appariva lampante la conoscenza oggettiva dei vizi derivante da imperfetta esecuzione dell’opera e, formulando il quesito di diritto ex art. 366 bis c.p.c. ora abrogato, ma applicabile ratione temporis, chiede se “in relazione all’art. 1669 c.c. una denunzia di vizi, ancorchè non costituita da perizia tecnica, dal cui testo, tuttavia, possa dedursi un completo e apprezzabile grado di conoscenza dei vizi denunziati, nonchè la consapevolezza della loro riconducibilità alla responsabilità del costruttore, integri la scoperta di cui al primo comma dell’art. 1669 c.c.”.

1.1 Il quesito inammissibile in quanto non congruente con la ratio decidendi della sentenza secondo la quale le lettere precedenti segnalavano abbondanti perdite di acqua provenienti dal tetto e generiche mancanze e difetti, ma di incerta origine causale e pertanto ha escluso che dal testo di quelle lettere potesse dedursi un completo e apprezzabile grado di conoscenza dei vizi denunciati e della loro origine causale.

Va aggiunto che il motivo stesso è inammissibile: nel motivo si deduce una errata interpretazione delle precedenti comunicazioni che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di Appello, rendevano evidente la piena conoscenza dei vizi e delle loro cause. Tuttavia, sotto questo profilo, la questione si traduce in una questione di puro merito (neppure ricondotta al vizio di motivazione) non sindacabile in questa sede di legittimità, posto che i giudici del merito hanno espresso una valutazione complessiva di genericità delle denuncie e di inconsapevolezza della loro origine causale;

dagli stessi contenuti delle denunzie che sono riportati in ricorso si evince che il vizio (le infiltrazioni di acqua) è bensì indicato, così come sono indicati gli interventi che a giudizio dell’amministratore avrebbero dovuto essere posti in essere, ma non risulta chiaramente individuata la causa del vizio, ossia il difetto di costruzione che l’ha provocato, nè vale opporre che erano addebitate inadempienze e responsabilità al costruttore se la conoscenza della loro causa non risultava dalla lettera e se, come accertato dalla Corte di Appello, la piena conoscenza era raggiunta solo con la perizia. La norma di cui all’art. 1669 c.c. nel riferirsi a gravi difetti causati da difetto della costruzione, presuppone infatti l’individuazione di un preciso rapporto causale tra il difetto che si manifesta e il difetto di costruzione, così che l’indicare generici rimedi, non comporta di per sè una consapevolezza del nesso causale sopra evidenziato, che invece normalmente si raggiunge proprio con la perizia (tanto che non v’è neppure coincidenza tra i rimedi suggeriti dall’amministratore e i vizi costruttivi, quali il difetto di isolamento e aerazione del tetto accertati dal perito).

In conclusione il percorso argomentativo della sentenza impugnata in diritto è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale il termine di un anno per la denuncia previsto dall’art. 1669 a pena di decadenza dall’azione di responsabilità contro l’appaltatore, decorre dal giorno in cui il committente consegua un apprezzabile grado di conoscenza oggettiva della gravità dei difetti e della loro derivazione causale dall’imperfetta esecuzione dell’opera, non essendo sufficienti, viceversa, manifestazioni di scarsa rilevanza e semplici sospetti (cfr. Cass. 13/1/2005, n. 567), conoscenza che deve ritenersi di regola acquisita, in assenza di anteriori esaustivi elementi, solo all’atto dell’acquisizione delle disposte relazioni peritali (cfr. ex multis; Cass. 23/1/2008 n. 1463;

Cass. 1/8/2003, n. 11740), a meno che non si sia in presenza di un problema di immediata percezione sia nella sua reale entità che nelle sue possibili origini (Cass. 8/5/2014 n. 9966), ma il relativo accertamento, involgendo un apprezzamento di fatto, è riservato al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua ed esente da vizi logici o da errori di diritto (Cass. 22/11/2013 n. 26233; Cass. 13/1/2005, n. 567 cit.; Cass. 14/11/2002, n. 16008; Cass. 7/1/2000, n. 81).

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce la falsa applicazione dell’art. 1669 c.c. in relazione all’art. 2697 c.c. e sostiene che il Condominio non avrebbe assolto l’onere di provare di avere denunciato i vizi entro l’anno dalla scoperta.

La ricorrente, formulando il quesito di diritto ex art. 366 bis c.p.c., chiede se ” in relazione all’art. 1669 c.c. quando il convenuto eccepisca la decadenza dall’azione per intempestività della denuncia costituisca onere dell’attore fornire la prova di avere operato la denuncia entro un anno alla scoperta”.

2.1 Il motivo e il relativo quesito sono inammissibili perchè non attingono la ratio decidendi secondo la quale non si poneva un problema di prova in quanto il momento della scoperta dei vizi era accertato e coincideva con la perizia del geometra M. del 6/9/2001 così che non rileva, nella fattispecie, l’art. 2697 c.c. la cui violazione si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne è gravata secondo le regole dettate da quella norma, non anche quando, a seguito di una incongrua valutazione delle acquisizioni istruttorie, il giudice abbia errato nel ritenere che la parte onerata abbia assolto tale onere, poichè in questo caso vi è soltanto un erroneo apprezzamento sull’esito della prova, sindacabile in sede di legittimità solo per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. ex multis e da ultimo Cass. 17/6/2103 n. 15107).

3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1669 c.c., u.c. con riferimento alla mancata dichiarazione della prescrizione dell’azione.

Il motivo si fonda sul presupposto che i vizi fossero stati efficacemente denunciati alle date del 24 Marzo e del 15 Settembre 2000; da questa premessa consegue, secondo la ricorrente, che, in mancanza di atti interruttivi, la prescrizione annuale fosse decorsa al momento della notifica della citazione.

La ricorrente, formulando il quesito di diritto ex art. 366 bis c.p.c., chiede: “se, in relazione all’art. 1669 c.c., su tempestiva eccezione del convenuto, debba essere dichiarata la prescrizione del diritto del committente o acquirente quando risulti che la denunzia sia anteriore di oltre un anno alla notificazione dell’atto di citazione”.

3.1 Il motivo e il quesito non sono pertinenti rispetto alla corretta ratio decidendi secondo la quale la piena conoscenza dei vizi della loro gravità e delle loro cause si era realizzata al momento della perizia M. (6/9/2001) così che denuncia e successiva citazione del Maggio 2002 erano tempestive.

4. In conclusione il ricorso deve essere con la condanna della società ricorrente, in quanto soccombente, al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente S.T.A.M.S.A s.a.s. a pagare al controricorrente Condominio (OMISSIS) le spese di questo giudizio di cassazione che liquida in complessivi Euro 5.000,00 per compensi oltre Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2014.

PEGNO SU POLIZZA ASSICURATIVA

Di solito con le Assicurazioni si questiona su la misura del risarcimento, dato per scontato che il cliente abbia ragione sull’an.

Questa volta, invece, si discute con la Compagnia sul momento in cui si perfezionerebbe la costituzione del pegno su di una polizza assicurativa.

Il mio cliente ha la necessità di rilasciare una garanzia ad un terzo ed anziché impiegare parte della propria liquidità decide di acquistare una polizza a scadenza e su di essa dichiara di voler costituire un pegno a favore del garantito.

Nel termine per esercitare il recesso, egli si accorge di alcune condizioni di polizza che considera sconvenienti (per usare un eufemismo) ed esercita il suo diritto di rinunciare al contratto; l’Assicurazione però non lo consente ritenendo  che la sola dichiarazione di voler costituire il pegno valga quale rinuncia ad esercitare il diritto di recesso.

La questione ha avuto due gradi di giudizio: allego la sentenza di appello.

A seguire i motivi di appello e la mia difesa.

L’appello

La BPM Vita spa aveva chiesto la riforma integrale della sentenza n. 10430/2006 emessa in data 26/9/2006 dal G.U. del Tribunale di Milano, al fine di sentire dichiarare la invalidità e la inefficacia del recesso dal contratto di assicurazione n. 3065302 esercitato dal XXXX in data 7/3/2001 per indisponibilità della polizza in costanza del vincolo pignoratizio dal medesimo costituito con atto del 8/2/2001 e assolvere – quindi – la BPM Vita spa dall’obbligo di restituzione del premio unico versato.

Il sig. XXX aveva convenuto in giudizio l’assicuratore per sentirlo condannare al rimborso del premio unico versato di € 133.813,98 dovuto quale effetto restitutorio del recesso dalla polizza n. 3065302 sottoscritta in data 7/2/2001 effettuato dall’assicurato, nei termini di cui all’art. 111 D.Lgs 174/95, in data 7/3/2001.

L’assicuratore aveva eccepito l’inefficacia del recesso in quanto l’assicurato, all’atto della sottoscrizione della polizza, aveva anche dichiarato di volerla costituire in pegno a favore della Banca Popolare di Milano, sicché da tale circostanza sarebbe conseguita l’indisponibilità per l’assicurato di esercitare il diritto di recesso se non con il consenso del terzo vincolatario.

La sentenza di primo grado ha accolto invece la domanda dell’attore statuendo che il pegno si era perfezionato, con la nascita del diritto reale di garanzia a favore del terzo, in un momento successivo all’esercizio del diritto di recesso.

La motivazione aveva specificato che vertendosi in materia di pegno su crediti, il diritto reale di garanzia sorgeva con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, cioè “con il completamento di quella fattispecie a formazione successiva, la quale garantisce al creditore il diritto di prelazione” previsto dall’art. 2800 cc., come anche specificato nella sentenza n. 13551/2006 della S.C.

In sostanza, aveva motivato il Giudice di primo grado, la fattispecie a formazione successiva che conduce alla costituzione del pegno si è perfezionata solo in data 12/3/2001 con l’annotazione di esso fatta dall’assicuratore sull’originale della polizza, ossia con l’accettazione da parte dell’assicuratore, prevista con questa forma dall’art. 17 delle condizioni generali del contratto in quanto senza l’atto di accettazione e annotazione il diritto reale di garanzia sul credito non è sorto a favore del beneficiario pignoratizio e conseguentemente non è divenuto efficace il vincolo di indisponibilità a favore del terzo vincolatario al quale, infatti, nessun consenso poteva essere chiesto per un recesso manifestato prima del momento stabilito dall’art. 17 del contratto del sorgere del diritto di prelazione.

Controparte ha capitolato due diversi motivi di appello: il primo relativo ad una “omessa pronuncia su questioni di diritto rilevanti ai fini della decisione” e la seconda relativa “all’interpretazione dell’art. 2800 cc. e dell’art. 17 delle condizioni generali di contratto sotto il profilo dell’errore in iudicando”.

L’appellante, ha dedotto che la perdita del diritto di disposizione ed il diritto di prelazione costituiscono due effetti distinti corrispondenti a diversi momenti della progressione talché la costituzione del pegno sarebbe avvenuta al momento della dichiarazione di volontà del contraente di volerlo costituire e non al momento dell’annotazione sull’originale della polizza.

Con il secondo motivo, invece, l’appellante ha criticato il principio espresso in sentenza secondo il quale “il diritto reale di garanzia sul credito sorge con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, cioè con il completamento di quella fattispecie a formazione successiva, la quale garantisce al creditore il diritto di prelazione” in quanto vi sarebbe contraddizione tra detto principio e la norma di legge da cui esso è tratto (art. 2800 cc.).

L’appellante ha ritenuto che l’art. 2800 cc. non “detterebbe alcuna regola per la determinazione del momento costitutivo del pegno nel senso indicato dalla Cassazione” in quanto, dalla lettura dell’articolo, emergerebbe con chiarezza l’intenzione del legislatore di “centrare l’attenzione non sul momento giuridico nel quale il pegno di crediti si costituisce, ma su quello diverso in cui sorge il diritto di prelazione”, in sostanza, “la norma non affermerebbe in alcuna sua parte che il pegno di crediti si costituisce con la notificazione o l’accettazione.”

La mia difesa

Sulla costituzione del pegno

La  sezione III del Capo III del Libro VI del codice civile  è intitolata “Del pegno di crediti ed altri diritti” e si apre con l’art. 2800 cc. (condizioni della prelazione) con il quale il legislatore ha normato l’ipotesi del pegno di crediti che non risultino da un titolo (a prescindere se esso sia rappresentativo o meno); infatti il pegno di un titolo rappresentativo, per la pubblicità derivante dal possesso del titolo, va considerato come pegno della cosa e non già del credito.

Il legislatore avvertendo l’esigenza non tanto di prevedere requisiti formali per la costituzione del pegno quanto quella di prevedere le condizioni alle quali sottoporre la nascita del diritto reale di garanzia ha stabilito che non è necessaria la consegna al creditore del documento probatorio quanto, per l‘esercizio del diritto nei confronti di terzi, è necessario, invece, che il pegno risulti da atto scritto e la sua costituzione sia stata notificata al debitore o accettata attraverso scrittura avente data certa.

Questi requisiti sono necessari e non possono essere sostituiti da formalità equipollenti.

Il motivo lo si intuisce facilmente: nei confronti degli altri creditori, occorrendo la data certa, il pegno si costituisce con la notifica in forma scritta o con l’accettazione del terzo debitore.

Ed infatti si dice che è una fattispecie a formazione progressiva in quanto, appunto, si perfeziona con l’ultimo passaggio senza il quale il vincolo non si considera costituito e la garanzia non acquista efficacia.

L’aver dichiarato di voler costituire il pegno sul credito senza aver compiuto le formalità previste dall’art. 2800 cc., non ha, né può avere, l’effetto della rinuncia al diritto di recesso in quanto ricorrono due rapporti distinti; l’uno con l’assicuratore e l’altro con il creditore, sicché un atto relativo all’un rapporto non può ripercuotersi sull’altro.

Il recesso, in particolare, è un atto dispositivo a favore dell’assicurato ed ha struttura e funzione diverse dalla costituzione di pegno (né la notifica al debitore ai sensi dell’art. 2800 c.c. può equivalere alla rinuncia, posto che la notifica può essere eseguita non solo dall’ipotetico rinunciante ma anche dal creditore pignoratizio).

Peraltro, ove la prelazione a cui fa riferimento l’art. 2800 c.c. si intende condizionata all’annotazione, il perfezionamento della fattispecie costitutiva del pegno, dato che l’effetto del pegno è la prelazione, si ha – ai sensi proprio dell’art. 2800 c.c. – con la notifica al debitore o l’accettazione da parte di questi.

Nel caso che ci occupa inoltre, l’annotazione è avvenuta dopo il recesso.